IL DITO NELL’OCCHIO: LE DONNE E GLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ

Le assurdità che ci circondano sono spesso espressione della complessità della nostra socialità’ perché si creano a volte situazioni di assai difficile soluzione.

Per esempio, consideriamo quante volte – troppe – scopriamo situazioni in cui altre persone soffrono per ingiustizie, abusi, discriminazioni, oppressione.

Coloro fra noi che vengono a conoscenza di ciò, quasi sempre soffrono anche loro per ciò che vedono, e fra noi i volenterosi, cioè quelli che una volta si identificavano come “donne e uomini di buona volontà”, i buoni samaritani insomma, si adoperano per correggere la situazione.

Ciò non è loro sempre facile, perché spesso si trovano legati per ragioni familiari o di gruppo religioso o sociale, da parentele o lealtà varie, e gli intrecci sono a volte intricati, e rciò ende problematico intervenire quando un amico o un parente abusa di figli o moglie, o c’è una moglie che dimentica marito e figli, o un devoto sia religioso che politico tratta con preferenza coloro che fan parte dello stesso gruppo, a discapito di coloro che appartengono ad altri gruppi, o quando conosciamo figli dimentichi dei vecchi genitori, o vecchi genitori che rifiutano di condividere il benessere acquisito con i propri figli…

Non necessita moltiplicare gli esempi, le storie e le varianti sono innumeri.

Le donne e gli uomini di buona volontà possono perciò a volte esser lenti, perché per differenti ragioni non possono intervenire senza danneggiarsi, ma non riescono a restare indifferenti, e son quindi frustrati dalla propria incapacità o esitazione ad affrontare un sicuro contrasto che un loro intervento può procurar loro, si sentono colpevoli per il proprio desiderio di dimenticare la cosa, e risentono che la loro voglia di intervenire diventi per loro una preoccupazione o addirittura un tormento.

Sono cioè vittime della loro coscienza.

A volta tanto esasperati da quasi incolpare la vittima per non reagire: è colpa tua perché non ti difendi. Perché è l’esistenza della vittima la causa diretta della loro intima sofferenza.

Diciamo che questo spiega perché la discriminazione razziale, o sociale, o religiosa, e l’abuso familiare o pubblico, così facilmente si perpetuno.

Fra l’altro coloro che abusano, e che ne sono i veri responsabili, percepiscono la stanchezza di coloro che vorrebbero cambiare le cose, e ne approfittano.

Di qui le infinite giustificazioni:

“Sì è vero, ma d’altra parte gli oppressori purtroppo son troppo forti, e poi hanno degli interessi in gioco, non hanno alternative.”

“Se suggeriamo alle vittime di reagire alla prepotenza i prepotenti diventeranno peggiori.”

“È vero, ma lo han fatto anche loro!”

“Ma chi me lo fare, ne ho già abbastanza per conto mio!”

“Smettila di ricordarmelo continuamente, non serve, me lo hai detto mille volte, lo so benissimo, ora anche te stai abusando!”

Che fare?

Beh, credo sia fuor di dubbio che a conti fatti è la vittima che più di tutto deve contare.

Il resto è espressione di superficialità, frustrazione, debolezza, malcelata complicità, stanchezza, malavoglia, se non addirittura indifferenza.

Non stanchiamoci, anche se certamente diventiamo ben poco simpatici, siamo i guastafeste da evitare, i pignoli, gli ossessivi che continuano a infastidire.

Ma l’inerzia è complicità.

Fra i tanti che ce lo ricordano, ce lo ripete continuamente Papa Francesco. E ce lo dice il Dalai Lama.

I due più famosi rompiscatole del momento.

State bene amici.

Leave a comment